Domenica 18 novembre, il papa Benedetto XVI ha commentato il vangelo di Marco sugli ultimi tempi, un tema molto attuale, vista la profezia dei Maya di prossima scadenza.
"«Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (v. 26). Il «Figlio dell’uomo» è Gesù stesso, che collega il presente e il futuro; le antiche parole dei profeti hanno trovato finalmente un centro nella persona del Messia nazareno: è Lui il vero avvenimento che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile...
Per questo Gesù non descrive la fine del mondo, e quando usa immagini apocalittiche, non si comporta come un «veggente». Al contrario, Egli vuole sottrarre i suoi discepoli di ogni epoca alla curiosità per le date, le previsioni, e vuole invece dare loro una chiave di lettura profonda, essenziale, e soprattutto indicare la via giusta su cui camminare, oggi e domani, per entrare nella vita eterna. Tutto passa – ci ricorda il Signore –, ma la Parola di Dio non muta, e di fronte ad essa ciascuno di noi è responsabile del proprio comportamento. In base a questo saremo giudicati.
Cari amici, anche nei nostri tempi non mancano calamità naturali, e purtroppo nemmeno guerre e violenze. Anche oggi abbiamo bisogno di un fondamento stabile per la nostra vita e la nostra speranza, tanto più a causa del relativismo in cui siamo immersi. La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere questo centro nella Persona di Cristo e nella sua Parola."
Vediamo questo interessante commento di Cantalamessa:
P. Cantalamessa: la “fine del mondo” non è paura di false profezie, ma speranza in Cristo
La conclusione della storia e il glorioso ritorno di Cristo sulla terra: il Vangelo letto ieri nelle Chiese di ogni Paese – oggetto di riflessione da parte del Papa all’
Angelus – tocca
uno dei punti più sensibili per l’uomo di ogni epoca: quello della fine della vita e del mondo.
Un concetto che evoca paure antiche, oggi spesso alimentate da condizionamenti mediatici, che però nulla hanno a che fare con la visione cristiana improntata alla speranza, ribadita ieri da
Benedetto XVI.
Alessandro De Carolis ne ha parlato con il predicatore della Casa Pontificia,
padre Raniero Cantalamessa:
R. – A me pare che il Papa abbia proprio centrato il problema – come fa sempre, del resto.
Gesù non vuole rispondere a “quando” avverranno queste cose, ma al “come” bisogna prepararsi. Come dice il Papa,
non vuole fomentare la curiosità sulle date, le scadenze… E’ curioso che Gesù dica che nel momento preciso in cui ciò avverrà, chiamiamola “fine del mondo”, neppure gli angeli del cielo lo sapranno, e che
invece periodicamente sorgano profeti o veggenti che annunciano – quando non addirittura con una data precisa – la fine del mondo. Adesso stiamo andando verso il 21 dicembre 2012, che secondo alcuni sarebbe la data della fine del mondo perché nei calendari Maya ciò indicherebbe il termine di un ciclo. Come giustamente afferma il Papa,
Gesù vuole dare un fondamento alla nostra esistenza e, a questo proposito, il Vangelo di ieri è veramente splendido. Ci dice che, a differenza della visione ateo-scientistica, secondo cui il mondo non ha un Creatore, non ha un senso, non ha uno scopo e quando saranno esauriti i processi chimici e fisici in atto finirà o nel gelo eterno o in fuoco cosmico, il messaggio fondamentale contenuto in questi discorsi escatologici è invece di
un’estrema speranza. Ci dice che noi stiamo andando verso “Uno” che ci viene incontro, che viene ogni giorno a noi nell’Eucaristia. Quindi, come temere “Uno” che è già nostro compagno di viaggio?
D. – Di fronte alla parola “apocalisse”, molto spesso si fa
confusione, soprattutto perché il termine è diventato, nel tempo,
sinonimo di “catastrofe”. Qual è il suo vero significato?
R. –
Apokálypsis in greco significa semplicemente
“rivelazione”, e voleva essere nel titolo del libro di Giovanni, la
rivelazione non di date precise, di scadenze storiche come spesso è
stato fatto, ma un linguaggio profetico che mettesse in luce i principi
fondamentali che sarebbero stati alla base dello sviluppo della storia:
le forze del male che lotteranno sempre contro le forze del bene, ma
alla fine il trionfo sarà dell’Agnello. Questo è il senso fondamentale
dell’Apocalisse. Ma a causa del linguaggio che parla di stelle che
cadono, di fuoco che scende sulla terra, si è finito – come in molti
film – con il fare della parola apocalisse sempre delle storie di
calamità, al di sopra dell’immaginazione umana.
D. – Lei prima ha citato la presunta profezia dei Maya sulla fine del
mondo. I millenarismi hanno sempre attraversato la storia umana. Perché
– secondo lei – l’uomo ha questo periodico bisogno di evocare la fine
del mondo?
R. – Quando noi oggi parliamo della fine del mondo, ne parliamo in
termini globali, cioè la fine assoluta dopo la quale c’è solo
l’eternità. Gli antichi, soprattutto nella Bibbia, parlavano con termini
relativi e quindi
spesso, nella Bibbia, non si parla di fine del mondo, ma della fine di un mondo.
Infatti, Gesù proprio nel Vangelo diceva: “
Non passerà questa
generazione prima che tutto ciò avvenga”: di fatto, non passò la
generazione senza che un mondo finisse, quello ebraico-giudaico, con la
distruzione di Gerusalemme. Nel 410, dopo il “Sacco di Roma”, alcuni
Padri della Chiesa pensarono che fosse arrivata la fine del mondo,
perché identificavano il mondo con l’assetto dell’Impero romano che
credevano definitivo.
Nel Vangelo, spesso si intrecciano questi due
piani: il piano della fine di un mondo con la fine del mondo.
Credo che Gesù volesse fare del primo un simbolo, un richiamo,
dell’ultimo: cioè, prendere queste catastrofi, questi avvenimenti più
grandi di noi, come un invito a non attaccarci a questa terra, così come
mi pare sottolineasse anche il Papa ieri.
D. – Al di là della fine dei tempi, c’è comunque una fine alla quale
ogni essere umano è chiamato a un certo punto della sua vita, che per un
cristiano è l’inizio dell’
altra vita. Come si può radicare questo pensiero nella nostra epoca, che è così allergica a tutto ciò che non riguarda il presente?
R. – E’ stolto affannarsi a voler scrutare quando sarà la fine del
mondo, quando
per ciascuno di noi la fine del mondo può essere stasera, o
domani, perché la morte per ciascun individuo è la fine di questo
mondo. Quindi, c’è un richiamo fortissimo che, purtroppo, lo sappiamo
bene, non ci entra facilmente nelle orecchie, a noi uomini, ed è il
richiamo che Gesù fa quando dice: “
Vigilate”. Se avessimo davanti un’ora
precisa, alla quale ognuno di noi sapesse di dover morire, inizierebbe
un conteggio alla rovescia che sarebbe il parossismo dell’angoscia.
Quindi, ha fatto bene Dio a tener nascosta sia l’ora della nostra fine,
sia quella della fine del mondo.
Fonte: "
Cerco il tuo volto.it" (da Radio Vaticana)